LA PET THERAPY:(Aprile 2008)

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Le implicazioni terapeutiche nel rapporto uomo-animale:

la “scommessa” della pet-therapy

  

La vita dell’uomo

è stata condotta per milioni

di anni insieme

alla flora, alla fauna

e al grandioso movimento

musicale del mondo naturale.

(..) animali e piante partecipano

dai primordi alle nostre comunità.

Fanno parte della nostra filosofia,

modellano la nostra natura

e contribuiscono a

renderci pienamente umani.

Sono tra i nostri maggiori insegnanti

 

                                   B. Brownell

 

 

a cura della Dott.sa  Benedetto Anna
 

Da circa venti anni a questa parte anche in Italia sono apparse pubblicazioni di vario tipo su come il rapporto con un animale domestico possa migliorare la qualità della vita delle persone in genere e in particolare di coloro che per qualche ragione vivono una condizione di disagio.

 

Il termine pet-therapy è oggi entrato nel linguaggio comune ed è noto il suo significato generale anche a coloro che non si occupano in modo specifico del lavoro con persone svantaggiate.

 

Si tratta di una forma di terapia basata sullo stabilirsi di una relazione fra un soggetto e un animale da compagnia, solitamente il cane ma anche il gatto o altri piccoli animali da affezione quali coniglietti, cavie, furetti, ecc...

 

Per capire in che modo il rapporto quotidiano con un piccolo animale possa apportare benefici di vario tipo, significativi e durevoli, occorre fare qualche premessa in merito alla storia del rapporto tra uomo e animale attraverso la storia.

 

Cenni al rapporto tra uomo e animale nella storia

Nell’ultimo secolo è cambiata profondamente la qualità della vita dell’uomo occidentale (è evidente che al di fuori di questo contesto sopravvivono modalità di rapporto con gli animali molto diverse, forse simili a quelle che caratterizzavano la civiltà contadina arcaica) e questi cambiamenti hanno interessato in modo massiccio il rapporto fra l’uomo e la natura che lo circonda, animali compresi.

 

Fin da epoche remote l’uomo ha intrecciato la propria storia con quella degli animali, basti pensare al processo di addomesticazione di varie specie che ha inciso profondamente sullo stile di vita, le abitudini alimentari, gli scambi commerciali, le guerre. Gli animali sono stati addomesticati, allevati, selezionati, al fine di ottenere delle prestazioni particolari utili all’economia stessa; si pensi all’impiego dei bovini in agricoltura, dei cavalli quali mezzi di trasporto, del cane come guardia e difesa dagli animali selvatici a protezione del bestiame, del gatto quale cacciatore di topi e piccoli rettili, solo per citare gli esempi più noti e vicini all’esperienza di ognuno di noi.

 

Secoli e secoli di stretta convivenza dell’uomo con animali domestici dai quali dipendeva la sussistenza della civiltà contadina sono stati spazzati via dalla nascita della società industriale con l’abbandono progressivo delle campagne a favore dei grandi insediamenti urbani dove i tempi e i ritmi di vita sono radicalmente diversi così come gli spazi abitativi, tali da spezzare quel forte legame tra uomo e animale che durava da secoli.

 

Nel mondo contadino il rapporto con l’animale è prettamente di tipo utilitaristico: ogni animale ha un suo preciso “lavoro” da svolgere, qualche volta assieme all’uomo, qualche volta da solo ma comunque è mantenuto per le sue qualità che apportano un beneficio all’insediamento umano. La grande considerazione in cui erano tenuti gli animali era legata non al loro valore “affettivo” quanto al valore economico e di utilità, cosa che a noi oggi può apparire alquanto arida, ma che trova una sua naturale ragion d’essere all’interno di un’economia di auto-consumo quale era appunto quella contadina.

  

Tuttavia nella storia non mancano esempi di rapporti con animali nei quali è riconosciuto all’animale un valore che trascende quello strettamente economico e utilitaristico.

 

Nella cultura cristiana, specie cattolica, troviamo per esempio rappresentazioni di Santi che comprendono l’immagine di un cane quali per esempio S. Rocco, la cui leggenda racconta che fu colpito dalla peste durante il servizio che prestava in un ospedale di contagiati, molti dei quali aveva guarito in modo miracoloso; colpito lui stesso non volle essere ricoverato ma si allontanò nella boscaglia alle porte di Piacenza per morirvi; qui venne nutrito e salvato dall’intervento di un cane che ogni giorno gli portava del pane fino a che il suo padrone, seguendolo, trovò il Santo e lo curò. Non appena si fu ristabilito ritornò al suo servizio e “si recò a Piacenza dove guarì miracolosamente molte persone e i loro animali”. Nei dipinti S. Rocco è rappresentato in abito da pellegrino (cappello e mantellina detta appunto ‘sanrocchino’), completo di bastone, e accanto a sé appunto un cane. (“Santi guaritori”, 2006)

 

Più noto ai giorni nostri, anche perché patrono d’Italia e simbolo del rapporto con la natura, animali compresi, è naturalmente S. Francesco d’Assisi, del quale è assai conosciuto l’episodio del lupo di Gubbio - terrore della popolazione di quella città che ne conosceva la ferocia - che si accostò mansueto al Santo che gli parlava.  Molto più recente la vita straordinaria di S. Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, attraversata ad un certo punto da un grosso cane grigio che lo seguiva e in più di un’occasione, mettendo in atto strani comportamenti, distolse il Santo dal proposito di andare in luoghi e situazioni rivelatisi a posteriori di estrema pericolosità per la sua stessa vita.

 

Si potrebbero citare, credo, centinaia di episodi con protagonisti cani e gatti (ma non solo) che in qualche modo misterioso mandano dei segnali all’uomo, intervengono e producono effetti positivi.

 

Basti qui ricordare come anche nel mondo cattolico (al quale si riferiscono i valori della cultura contadina), che sembra separare in maniera più che netta l’uomo, creatura a immagine e somiglianza di Dio, dal resto del creato, messo a disposizione dell’uomo affinchè se ne nutra e se ne serva, è riconosciuto qualche volta l’apporto dell’animale su un piano che si avvicina a quello della spiritualità.

 

Episodi di questo tipo testimoniano di una cultura dove l’animale non è soltanto uno strumento di lavoro e utilità ma partecipa in qualche modo della spiritualità, riconoscendo la santità e superando la sua natura per servirla. È quindi riduttivo, anche se in gran parte vero, pensare che nel mondo contadino l’animale venisse valutato solo per il lavoro o la rendita.

 

Potremmo citare poi innumerevoli esempi presi dalla letteratura e dalla poesia, a testimoniare di un rapporto affettivo a volte straordinariamente intenso tra l’uomo e l’animale sia esso un cane, un cavallo, un gatto o un uccellino. Una rassegna anche se breve di esempi in tal senso esula dallo scopo di questo lavoro, ma possiamo rammentare la mitica figura del cane di Ulisse, Argo, che ormai prossimo a morire di vecchiaia, è l’unico a riconoscere il suo padrone di ritorno a casa dopo vent’anni di assenza, esempio di fedeltà granitica e disinteressata. Chi poi non ricorda la cavallina storna di Giovanni Pascoli che riporta a casa il padre del futuro poeta, assassinato brutalmente, e che addirittura sa far capire, con un nitrito di assenso, che ha riconosciuto l’uomo che gli ha sparato?

 

Restando ai cani, Danilo Mainardi  ricorda, in una rassegna di animali “famosi”, Boatswain, il cane di Lord Byron, che , quando morì, il poeta volle ricordare facendogli erigere  un monumento alla memoria nella abbazia di Newstead, in Scozia, sul quale pose il seguente epitaffio “In questo luogo / è deposta la spoglia di uno / che fu bello senza vanità, / forte senza insolenza, coraggioso senza ferocia./ Egli possedeva tutte le virtù / dell’uomo senza i suoi vizi./ E questa lode / che non sarebbe che una mendace adulazione / se di resti umani si trattasse / non è che un giusto omaggio / alla memoria di Boatswain / che nacque a Terranova nel maggio 1801 / e morì a Windsor il 18 novembre 1815”. (Mainardi D., 2003)

 

Come possiamo osservare non è una “mania” moderna quella di considerare un animale degno di rispetto e profondo amore, ma una tendenza umana che emerge non appena l’uomo si pone su un piano di riflessione e di introspezione che travalica il mero rapporto d’uso quasi che, soddisfatti  i bisogni primari, si facessero sentire esigenze dello spirito che spingono l’uomo a riflettere su alcuni aspetti dell’esistere tra cui i rapporti affettivi, anche quando coinvolgono gli animali.

 

Moltissimi letterati hanno dedicato brani, racconti, poesie e riflessioni ai loro animali o all’animale in genere, con le sue qualità ”morali” intrinseche, a volte giungendo ad accostare la dedizione e la fedeltà del cane a condotte molto meno nobili degli uomini.

 

Gli esempi potrebbero essere centinaia e forse più, perché da sempre l’animale ha fatto parte della vita dell’uomo intrecciando con esso un rapporto sfaccettato e profondo di cui troviamo testimonianza in una moltitudine di opere e di contesti.

 

  

Sviluppo della pet-therapy

 

Molto più recentemente la psicologia ha “riscoperto” il rapporto con l’animale riconoscendogli una valenza “terapeutica” e vagliandolo alla luce della ricerca e dello studio: ha così evidenziato alcune caratteristiche che fanno del rapporto in questione un vero e proprio contenitore di stimoli positivi in grado di influenzare lo stato di benessere dell’essere umano.

 

Uno dei primi testi italiani sull’argomento, affrontato dal punto di vista psicoterapeutico, scritto da Marzia Giacon e pubblicato dalle Edizioni Mediterranee è datato 1992, e andando a scorrerne la bibliografia, gli unici testi citati che trattano esplicitamente di pet-therapy sono inglesi o americani.

 

Tra i pochi lavori italiani che si riferiscono al rapporto uomo-animale (a parte un precedente contributo congressuale della stessa Giacon, 1989) si segnalano due articoli tratti dalla rivista Il nuovo progresso veterinario: F. Monti, ‘Psicologia dell’uomo che vive a contatto con l’animale’ (1973) e D. Morris, ‘Il bambino e gli animali da affezione’ (1985). Un certo interesse per l’argomento viene dunque dall’ambiente della medicina veterinaria e non da quello della psicologia.

 

La stessa M. Giacon scrive infatti a p. 29: “La pet-therapy è un’area di ricerche relativamente nuova negli Stati Uniti e assolutamente sconosciuta in Italia” (Giacon M., 1992) (corsivo mio).

 

Si fa concordemente risalire l’inizio della pet-therapy alla pubblicazione di un lavoro dal titolo “Il cane come co-terapeuta” da parte dello psichiatra Boris Levinson avvenuta nel 1961, ripreso poi in Levinson 1969, Pet-Oriented Child Psychotherapy. Concretamente era accaduto che lo psichiatra, durante le sedute con un bambino autistico, aveva avuto modo di osservare che il piccolo paziente si dirigeva spontaneamente verso il cane del dottore ed interagiva con lui in maniera spontanea e ludica, cosa che non faceva mai con le persone. Incuriosito dalla circostanza, Levinson iniziò a farne oggetto delle sue osservazioni e concluse che la presenza del cane in questo caso aveva facilitato la relazione tra il bambino e lui stesso.

 

La pubblicazione da parte di Levinson delle osservazioni compiute e le ipotesi da lui fatte in merito all’utilizzo sistematico di un cane come coadiutore nella terapia con bambini autistici mise in moto una serie di riflessioni e osservazioni e iniziò a diffondersi , seppure timidamente l’idea di una terapia basata sulla mediazione da parte di un animale da compagnia.

 

Naturalmente da più parti l’esperienza fu giudicata con ironia e lo scetticismo circondò la proposta di Levinson; accadde che la comunità scientifica, rappresentante di quella scienza ufficiale che troppo spesso si irrigidisce in schemi previsti e su metodi coerenti con una certa impostazione di base (più che osservare senza pregiudizi ciò che accade nelle situazioni reali, semprepiù complesse di quello che vorrebbero gli schemi riduttivi in cui le si costringe), rifiutò a priori l’idea che la presenza di un cane potesse avere un effetto terapeutico, negando l’evidenza dei risultati ottenuti da Levinson in nome dell’adesione a principi aprioristici.

 

Laddove la scienza ufficiale spesso rifiuta nettamente di apririsi a ipotesi di lavoro e metodologie diverse da quelle tradizionali, c’è però sempre qualche studioso che, con maggiore umiltà, curiosità e spinto dall’autentico spirito della conoscenza, inizia a lavorare su nuove aree. Un esempio di ciò sono le ricerche compiute da Katcher (1981), ricercatore all’Università di Pennsylvania a Philadelphia per provare gli effetti della presenza di un animale domestico nella vita dell’uomo; attente rilevazioni compiute dalla sua équipe mostrarono che la pressione arteriosa può abbassarsi in seguito all’atto di accarezzare un anmale domestico, gatto o cane, e in seguito che l’effetto può mantenersi con la semplice presenza dell’animale nell’ambiente non solo in diretta conseguenza dell’atto di accarezzarlo. (Giacon M., op. cit.)

 

Altri effetti dell’interazione tra animale e uomo sulla salute di quest’ultimo evidenziati dal lavoro di Katcher e i suoi collaboratori furono:

 

    *      la regolarizzazione del battito cardiaco

    *      la respirazione più lenta e profonda

    *      le espressioni vocali più delicate e calme

    *      cambiamenti nell’espressione mimica (in particolare minor tensione muscolare soprattutto

           osservabile nella regione della fronte e degli occhi).

 

I ricercatori conclusero che è ragionevole aspettarsi, di conseguenza, che la presenza dell’animale da compagnia incrementi la longevità e diminuisca il rischio di malattie.

 

Le osservazioni di Levinson furono riprese anche dagli psichiatri Samuel ed Elisabeth Corson che, nel loro lavoro con pazienti adulti, iniziarono nel 1975 quella che chiamarono “Pet Facilitated Therapy” (terapia facilitata dagli animali da compagnia).

 

I Corson condussero uno studio sistematico sulle interazioni fra pazienti, animali e personale medico in una casa di cura dell’Ohio che ospita circa 800 pazienti tra anziani, malati psichiatrici e disabili fisici. Utilizzarono due strumenti di registrazione: dei questionari e un videotape che veniva utilizzato anche per dare ai pazienti stessi un feed-back sul loro comportamento in presenza dell’animale da affezione. I risultati dello studio furono decisamente positivi e dimostrarono un significativo aumento dei comportamenti funzionali a scapito di quelli patologici: persone da tempo immobilizzate ripresero a muoversi in presenza dell’animale per poterlo toccare o accarezzare, altre ripresero a parlare rompendo un muro di silenzio da loro stesse costruite nel corso di mesi o anni, altri ripresero a sorridere e a socializzare. (Giacon M., op. cit.).

 

Soltanto negli anni ’80 in Italia si cominciò a parlare di pet-therapy e iniziarono ad essere presentati ai convegni sulla Riabilitazione degli studi che coinvolgevano gli animali da compagnia. A Milano del dicembre 1987 venne organizzato dalla SCIVAC (Società Culturale Italiana Veterinari per Animali da Compagnia) un Convegno interdisciplinare dal titolo “Il ruolo degli animali da compagnia nella società odierna” sotto il patrocinio del Ministero della Sanità. Fu l’occasione ufficiale in cui, per la prima volta, furono discusse le finalità della pet-therapy.

 

Da allora è andato progressivamente aumentando l’interesse per l’argomento e si sono moltiplicate le esperienze realizzate in vari ambiti socio-sanitari, in particolare:

 

    *      a contatto con gli anziani nelle case di riposo

    *      negli istituti che accolgono disabili mentali

    *      nelle strutture psichiatriche

    *      nelle carceri

    *      nei programmi di recupero dei tossicodipendenti.

 

Il personale che si mosse pionieristicamente all’interno di questi programmi non aveva a disposizione un programma di formazione già organizzato e stabilito, che peraltro non esiste neppure tuttora, ma iniziò a formarsi attraverso seminari o workshops organizzati dalla SCIVAC stessa e dalla Delta Society, un’Organizzazione scientifica Americana che fin dagli albori della attività negli Stati Uniti si è occupata della formazione del personale, e che tuttora tiene corsi di formazione anche in Italia. Primo fra gli Enti pubblici a dimostrarsi sensibile alla questione in Italia fu l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise con sede a Teramo, all’avanguardia rispetto al resto del paese fin dagli anni ’60 per quanto riguarda lo studio del rapporto animale-uomo inteso non soltanto in termini utilitaristici.

 

Attualmente si distinguono due tipi di attività nelle quali sono coinvolti gli animali da affezione:

 

    *      Terapia assistita da animali (TAA)

    *      Attività assistite da animali (AAA)

 

Le prime utilizzano l’animale in modo mirato e strategico al fine di ottenere un preciso e dichiarato obiettivo terapeutico nei confronti di una specifica persona; gli obiettivi riguardano il miglioramento delle funzioni fisiche, cognitive e/o emotive (es. mobilizzare un arto anchilosato, migliorare l’attenzione e il contatto con la realtà, aumentare il tono dell’umore se depresso). L’attività è organizzata in sedute spesso individuali ma anche di gruppo. (Frederickson M., La persona ed il cane: il binomio della terapia assistita”, in Atti del Convegno “Il cane in aiuto all’uomo”, 1999).

 

Le seconde utilizzano l’animale al fine di ottenere un miglioramento della qualità della vita in situazioni come la permanenza in istituti o case di detenzione e si rivolgono a tutte le persone che desiderano essere coinvolte. L’obiettivo è soprattutto quello della socializzazione, del coinvolgimento nella relazione di persone che, per il tipo di vita che conducono, tendono a isolarsi e ad avere scarse relazioni interpersonali.

 

 

La comunicazione con l’animale: caratteristiche e utilizzo terapeutico

 

Per comprendere come mai in molte situazioni di disagio caratterizzate dall’impoverimento dell’orizzonte relazionale delle persone e dalla riduzione della motivazione a muoversi, interagire, fare esperienze, la presenza dell’animale risulti oltremodo stimolante, tanto da produrre qualche volta uno sblocco laddove varie altre tecniche avevano fallito, occorre riflettere su quale tipo di comunicazione si può instaurare tra un essere umano e un animale da compagnia.

 

Rifacendoci alla distinzione utilizzata dalla Scuola di Palo Alto fra comunicazione analogica e digitale, osserviamo che, mentre la comunicazione fra esseri umani comprende i due canali ma privilegia assolutamente quello digitale, di tipo logico e razionale, organizzato in prevalenza dall’emisfero sinistro del cervello (quello più cognitivo), la comunicazione uomo-animale attiva quello analogico, emozionale e diretto, organizzato dall’emisfero destro del cervello (nel caso dei destrorsi, all’inverso nei mancini). L’animale comunica con l’uomo in modo inequivocabile, diretto, e tramite un canale non verbale, di tipo analogico, che non lascia spazio a ambiguità e fraintendimenti; la comunicazione umana può essere raffinata sul piano dei contenuti ma estremamente ambigua ed emotivamente destabilizzante sul piano della relazione (si pensi alla natura del cosiddetto “doppio legame” descritto proprio dagli studiosi di Palo Alto, caratterizzato dai due canali di comunicazione che si contraddicono a vicenda creando uno stato di permanente confusione al ricevente della stessa comunicazione, in grado secondo i medesimi studiosi di indurre stati di sofferenza psichica grave come la schizofrenia). La comunicazione tra animali, e quindi tra animale e uomo, è immediata, diretta, potremmo dire “sincera” utilizzando un aggettivo con una coloritura morale che è estranea in realtà all’uso che l’animale ne fa ma che produce un effetto rassicurante e piacevole nell’uomo. L’animale non inganna, non mente, comunica a livello pre-simbolico e stimola soprattutto l’aspetto emozionale.

 

La comunicazione fra esseri umani è complessa e ingannevole poiché nel ricevente esiste la tendenza a interpretare ciò che gli viene detto alla luce di valutazioni e considerazioni sulle intenzioni dell’altra persona, fatte in accordo con le proprie convinzioni e le proprie intenzioni: questo crea i presupposti per una serie infinita di incomprensioni e di conseguenza l’esperienza della relazione può risultare frustrante.

 

Con l’animale, data l’assenza in esso dell’autocoscienza, almeno nella forma in cui la esperisce l’uomo, è molto più difficile (anche se avviene in situazioni patologiche) l’attribuzione di intenzioni di tipo malevolo o manipolatorio.

 

Nelle patologie che riguardano principalmente proprio l’aspetto della relazione, prima fra tutte l’autismo, l’animale rappresenta l’alternativa, la possibilità di entrare in relazione in modo empatico, chiaro, cosa che divenne evidente agli occhi del dottor Levinson quando il suo piccolo paziente interagì spontaneamente con il suo cane.

 

All’interno di molti programmi di TAA, la comunicazione con l’animale diventa  proprio il tramite per raggiungere l’obiettivo finale che è quello di riabilitare la persona alla comunicazione con i suoi simili. In questo processo di ricostruzione di relazioni, l’animale funge da mediatore.

 

Nelle disabilità intellettive gravi, dove il livello di sviluppo cognitivo è molto limitato, la comunicazione è possibile più facilmente su di un piano analogico; a volte però proprio il livello digitale della comunicazione interferisce con la spontaneità utile a creare un contatto: valutazioni, preoccupazioni, imbarazzo, attese, richieste implicite, possono gettare lunghe ombre sulla relazione fra personale e utenti con grave disabilità intellettiva, anche laddove ci sia un buon livello di consapevolezza e attenzione a questi aspetti della relazione; l’animale, al contrario, interagisce e basta, attento ai segnali analogici e solo a quelli, “scavalcando” ogni contenuto di tipo digitale che necessita il funzionamento ad un livello di astrazione maggiore.

 

Il cane funge in questi casi da mediatore pre-simbolico (Franco Larocca) in grado di “(...) agganciare non solo la sensorialità e la sensibilità affettiva di soggetti con deficit ed handicap intellettivi, ma anche di influire efficacemente su molti aspetti cognitivi” (F. Larocca, “Gli animali come mediatori educativi pre-simbolici”, in Atti del Convegno “Il cane in aiuto all’uomo, 1999).

 

Per esperienza generale, oltre che per effetto di osservazioni sistematiche, sappiamo che la maggior parte del persone che vive con un animale gli parla, e qualcuno “interpreta” l’atteggiamento disponibile e attento dell’animale come un segnale della perfetta comprensione di ciò che gli viene comunicato. Il tono della voce usato nella comunicazione rivolta all’animale è particolare, dolce, ritmato, cantilenante, simile a quello che si usa spontaneamente nelle interazioni con i neonati che, per certi versi, si comportano proprio come l’animale di casa, essendo attenti ai segnali analogici dato che non sanno ancora decodificare quelli digitali. A questo tipo di comunicazione spesso si accompagna il sorriso e un generale atteggiamento di disponibilità, attivazione, cura.

  

 

La motivazione: il potere della pet-therapy

 

Altra “leva” fondamentale della pet-therapy nel lavoro sia con i pazienti affetti da disabilità intellettivo-relazionali sia con gli anziani e i malati psichiatrici è la motivazione, ossia la spinta  necessaria ad attivarsi in una situazione.

 

Spesso le persone sofferenti  in vario modo per limitazioni psico-fisiche passano attraverso esperienze estremamente frustranti che vanno dalla difficoltà a interagire con gli altri alla dolorosa percezione della perdita di capacità precedentemente acquisite fino alla perdita di contatto con la realtà o lo sprofondare in stati depressivi.

 

Quando si aggiunge al problema specifico la permanenza in strutture residenziali, spesso ci si  trova di fronte a persone chiuse, stanche, senza speranza, appunto demotivate.

 

In queste situazioni la pet-therapy si è rivelata molto più stimolante rispetto ad altre terapie o interventi tradizionali, ed è proprio la presenza dell’animale la variabile che fa la differenza.

 

Con la sua presenza “vitale”, spontanea e dinamica, l’animale attira l’attenzione, invoglia a entrare in contatto, è fonte di emozioni piacevoli e stimola l’attenzione e la curiosità.

 

“Il contesto motivante ed emotivamente coinvolgente del cane crea una situazione di stimolo positivo che attiva l’utente permettendogli alti livelli di prestazione e l’utilizzo delle capacità residue” (AA.VV. “Il cane come mediatore educativo nell’esperienza di pet-therapy con soggetti affetti da disabilità intellettiva” in “Il cane in aiuto all’uomo-Atti del Convegno”).

 

Nelle esperienze in strutture residenziali per anziani i risultati mostrano che la presenza del cane può essere l’unica occasione in cui l’anziano diventa disponibile a parlare (per es. recuperando ricordi legati ad animali che ha posseduto o incontrato nel corso della sua vita) e ad interagire con il personale addetto per partecipare attivamente a programmi riabilitativi. “(...)persone che avevano dimostrato ostilità verso un programma di fisioterapia, perché il programma è faticoso o doloroso e non dà risultati immediati, una volta inserite in un programma di terapia assistita con animale hanno in alcuni casi ripreso, e in alcuni altri iniziato ex novo le attività di riabilitazione motoria con dei risultati assolutamente di rilievo” (Esperienza  all’Istituto geriatrico Cà d’Industria, Como, riportata in “Cani da vita. Il cane in aiuto all’uomo- Atti del convegno”).

 

Spesso le giornate dedicate all’attività con gli animali diventano giornate speciali, attese,si crea un clima più allegro, si parla di più, ci si attiva magari alzandosi e muovendo qualche passo, insomma la presenza del cane è ricercata e attesa con curiosità e piacere. L’effetto non è legato alla “novità” e quindi destinato a scomparire nel giro di poco, perché il cane è un elemento vivo e quindi stimolante per la ricchezza dei suoi comportamenti e per la sua spontaneità sempre in grado di stupire o di far sorridere anche chi da tempo non trova motivi per farlo.

 

 

Chi fa la pet-therapy

 

Concludo questo breve “viaggio” attraverso il rapporto uomo-animale dall’antichità fino alla riscoperta della sua importanza nella pet-therapy precisando che gli interventi di cui ho fatto cenno necessitano, per la loro programmazione e realizzazione, di un lungo lavoro di preparazione e del lavoro congiunto di più figure professionali preparate nel settore.

 

E’ importante distinguere il generale benefico effetto che deriva per esempio dal possedere un cane o un gatto, dalle attività di pet-therapy propriamente detta.

 

Sono entrambe importanti, anzi, a livello di impatto sociale  credo sia utile soffermarsi a riflettere su tutte quelle situazioni o occasioni che permettono alle persone di migliorare la loro vita uscendo di più, socializzando, muovendosi e facendo esperienze grazie alla presenza di un animale domestico nella loro vita. Per una persona anziana, soprattutto se vive sola, la presenza dell’animale è l’occasione per continuare ad avere comportamenti di cura e accudimento che danno un ritmo e un senso alla quotidianità; la necessità, nel caso del cane, di passeggiare almeno due volte al giorno “costringe” l’anziano a uscire, gli permette di incontrare persone, parlare, insomma di mantenersi  attivo con importanti ricadute sul piano sia fisico che psicologico.

 

Tuttavia in questi casi non parleremo di pet-therapy, termine riservato alle attività sopraelencate nelle quali l’utilizzo mirato, consapevole e strategico dell’animale da parte di persone che ne conoscono bene i comportamenti permette di utilizzarlo al fine di raggiungere risultati stabiliti in precedenza da altri operatori che conoscono le caratteristiche psico-fisiche e le esigenze della persona a cui l’intervento è diretto.

 

Soltanto il lavoro coordinato di operatori sociali e della salute permette di raggiungere i notevoli risultati di cui si è parlato.


 

  

Bibliografia

 

-“Cani da vita. Il cane in aiuto all’uomo” Atti del Convegno, Trento, Sala della Regione, 16-18 Novembre 2001.

 

-Giacon M., “Pet therapy. Psicoterapia con l’aiuto di amici del mondo animale”Edizioni Mediteranee, Roma, 1992.

 

- Fredrickson M., “La persona ed il cane: il binomio della terapia assistita” in Atti del Convegno “Il cane il aiuto all’uomo:Alla scoperta dela pet-therapy”, Teatro di S. Patrignano, 17-18 Aprile 1999.

 

- Larocca F., “Gli animali come mediatori educativi pre-simbolici” in “Atti del Convegno “Il cane in aiuto all’uomo” Tetaro di S. Patrignano, 17-18 Aprile 1999.

 

-Mainardi D.,“Animali famosi e altri animali”, Editoriale Giorgio Mondadori, 1992.

 

-Mainardi D.”Un parente al guinzaglio” da “Il Sole 24 ore” del 13/07/2003, n°190, pg.31.

 

.-“Il cane in aiuto all’uomo” Atti del Convegno, Teatro di San Patrignano, 17-18 Aprile 1999.

 

 -“Santi guaritori” ed. Mondadori,  2006.

 

-Parisini  M., “L’anima degli animali” Ed. Biblioteca dell’immagine, Pordenone, 2002