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Da circa venti anni a questa parte
anche in Italia sono apparse pubblicazioni di vario tipo su come il
rapporto con un animale domestico possa migliorare la qualità della vita
delle persone in genere e in particolare di coloro che per qualche
ragione vivono una condizione di disagio.
Il termine pet-therapy è oggi entrato
nel linguaggio comune ed è noto il suo significato generale anche a
coloro che non si occupano in modo specifico del lavoro con persone
svantaggiate.
Si tratta di una forma di terapia
basata sullo stabilirsi di una relazione fra un soggetto e un animale da
compagnia, solitamente il cane ma anche il gatto o altri piccoli animali
da affezione quali coniglietti, cavie, furetti, ecc...
Per capire in che modo il rapporto
quotidiano con un piccolo animale possa apportare benefici di vario
tipo, significativi e durevoli, occorre fare qualche premessa in merito
alla storia del rapporto tra uomo e animale attraverso la storia.
Cenni al rapporto tra uomo e animale
nella storia
Nell’ultimo secolo è cambiata
profondamente la qualità della vita dell’uomo occidentale (è evidente
che al di fuori di questo contesto sopravvivono modalità di rapporto con
gli animali molto diverse, forse simili a quelle che caratterizzavano la
civiltà contadina arcaica) e questi cambiamenti hanno interessato in
modo massiccio il rapporto fra l’uomo e la natura che lo circonda,
animali compresi.
Fin da epoche remote l’uomo ha
intrecciato la propria storia con quella degli animali, basti pensare al
processo di addomesticazione di varie specie che ha inciso profondamente
sullo stile di vita, le abitudini alimentari, gli scambi commerciali, le
guerre. Gli animali sono stati addomesticati, allevati, selezionati, al
fine di ottenere delle prestazioni particolari utili all’economia
stessa; si pensi all’impiego dei bovini in agricoltura, dei cavalli
quali mezzi di trasporto, del cane come guardia e difesa dagli animali
selvatici a protezione del bestiame, del gatto quale cacciatore di topi
e piccoli rettili, solo per citare gli esempi più noti e vicini
all’esperienza di ognuno di noi.
Secoli e secoli di stretta convivenza
dell’uomo con animali domestici dai quali dipendeva la sussistenza della
civiltà contadina sono stati spazzati via dalla nascita della società
industriale con l’abbandono progressivo delle campagne a favore dei
grandi insediamenti urbani dove i tempi e i ritmi di vita sono
radicalmente diversi così come gli spazi abitativi, tali da spezzare
quel forte legame tra uomo e animale che durava da secoli.
Nel mondo contadino il rapporto con
l’animale è prettamente di tipo utilitaristico: ogni animale ha un suo
preciso “lavoro” da svolgere, qualche volta assieme all’uomo, qualche
volta da solo ma comunque è mantenuto per le sue qualità che apportano
un beneficio all’insediamento umano. La grande considerazione in cui
erano tenuti gli animali era legata non al loro valore “affettivo”
quanto al valore economico e di utilità, cosa che a noi oggi può
apparire alquanto arida, ma che trova una sua naturale ragion d’essere
all’interno di un’economia di auto-consumo quale era appunto quella
contadina.
Tuttavia nella storia non mancano
esempi di rapporti con animali nei quali è riconosciuto all’animale un
valore che trascende quello strettamente economico e utilitaristico.
Nella cultura cristiana, specie
cattolica, troviamo per esempio rappresentazioni di Santi che
comprendono l’immagine di un cane quali per esempio S. Rocco, la cui
leggenda racconta che fu colpito dalla peste durante il servizio che
prestava in un ospedale di contagiati, molti dei quali aveva guarito in
modo miracoloso; colpito lui stesso non volle essere ricoverato ma si
allontanò nella boscaglia alle porte di Piacenza per morirvi; qui venne
nutrito e salvato dall’intervento di un cane che ogni giorno gli portava
del pane fino a che il suo padrone, seguendolo, trovò il Santo e lo
curò. Non appena si fu ristabilito ritornò al suo servizio e “si recò a
Piacenza dove guarì miracolosamente molte persone e i loro animali”. Nei
dipinti S. Rocco è rappresentato in abito da pellegrino (cappello e
mantellina detta appunto ‘sanrocchino’), completo di bastone, e accanto
a sé appunto un cane. (“Santi guaritori”, 2006)
Più noto ai giorni nostri, anche
perché patrono d’Italia e simbolo del rapporto con la natura, animali
compresi, è naturalmente S. Francesco d’Assisi, del quale è assai
conosciuto l’episodio del lupo di Gubbio - terrore della popolazione di
quella città che ne conosceva la ferocia - che si accostò mansueto al
Santo che gli parlava. Molto più recente la vita straordinaria di S.
Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, attraversata ad un certo punto
da un grosso cane grigio che lo seguiva e in più di un’occasione,
mettendo in atto strani comportamenti, distolse il Santo dal proposito
di andare in luoghi e situazioni rivelatisi a posteriori di estrema
pericolosità per la sua stessa vita.
Si potrebbero citare, credo, centinaia
di episodi con protagonisti cani e gatti (ma non solo) che in qualche
modo misterioso mandano dei segnali all’uomo, intervengono e producono
effetti positivi.
Basti qui ricordare come anche nel
mondo cattolico (al quale si riferiscono i valori della cultura
contadina), che sembra separare in maniera più che netta l’uomo,
creatura a immagine e somiglianza di Dio, dal resto del creato, messo a
disposizione dell’uomo affinchè se ne nutra e se ne serva, è
riconosciuto qualche volta l’apporto dell’animale su un piano che si
avvicina a quello della spiritualità.
Episodi di questo tipo testimoniano di
una cultura dove l’animale non è soltanto uno strumento di lavoro e
utilità ma partecipa in qualche modo della spiritualità, riconoscendo la
santità e superando la sua natura per servirla. È quindi riduttivo,
anche se in gran parte vero, pensare che nel mondo contadino l’animale
venisse valutato solo per il lavoro o la rendita.
Potremmo citare poi innumerevoli
esempi presi dalla letteratura e dalla poesia, a testimoniare di un
rapporto affettivo a volte straordinariamente intenso tra l’uomo e
l’animale sia esso un cane, un cavallo, un gatto o un uccellino. Una
rassegna anche se breve di esempi in tal senso esula dallo scopo di
questo lavoro, ma possiamo rammentare la mitica figura del cane di
Ulisse, Argo, che ormai prossimo a morire di vecchiaia, è l’unico a
riconoscere il suo padrone di ritorno a casa dopo vent’anni di assenza,
esempio di fedeltà granitica e disinteressata. Chi poi non ricorda la
cavallina storna di Giovanni Pascoli che riporta a casa il padre del
futuro poeta, assassinato brutalmente, e che addirittura sa far capire,
con un nitrito di assenso, che ha riconosciuto l’uomo che gli ha
sparato?
Restando ai cani, Danilo Mainardi
ricorda, in una rassegna di animali “famosi”, Boatswain, il cane di Lord
Byron, che , quando morì, il poeta volle ricordare facendogli erigere
un monumento alla memoria nella abbazia di Newstead, in Scozia, sul
quale pose il seguente epitaffio “In questo luogo / è deposta la spoglia
di uno / che fu bello senza vanità, / forte senza insolenza, coraggioso
senza ferocia./ Egli possedeva tutte le virtù / dell’uomo senza i suoi
vizi./ E questa lode / che non sarebbe che una mendace adulazione / se
di resti umani si trattasse / non è che un giusto omaggio / alla memoria
di Boatswain / che nacque a Terranova nel maggio 1801 / e morì a Windsor
il 18 novembre 1815”. (Mainardi D., 2003)
Come possiamo osservare non è una
“mania” moderna quella di considerare un animale degno di rispetto e
profondo amore, ma una tendenza umana che emerge non appena l’uomo si
pone su un piano di riflessione e di introspezione che travalica il mero
rapporto d’uso quasi che, soddisfatti i bisogni primari, si facessero
sentire esigenze dello spirito che spingono l’uomo a riflettere su
alcuni aspetti dell’esistere tra cui i rapporti affettivi, anche quando
coinvolgono gli animali.
Moltissimi letterati hanno dedicato
brani, racconti, poesie e riflessioni ai loro animali o all’animale in
genere, con le sue qualità ”morali” intrinseche, a volte giungendo ad
accostare la dedizione e la fedeltà del cane a condotte molto meno
nobili degli uomini.
Gli esempi potrebbero essere centinaia
e forse più, perché da sempre l’animale ha fatto parte della vita
dell’uomo intrecciando con esso un rapporto sfaccettato e profondo di
cui troviamo testimonianza in una moltitudine di opere e di contesti.
Sviluppo della pet-therapy
Molto più recentemente la psicologia
ha “riscoperto” il rapporto con l’animale riconoscendogli una valenza
“terapeutica” e vagliandolo alla luce della ricerca e dello studio: ha
così evidenziato alcune caratteristiche che fanno del rapporto in
questione un vero e proprio contenitore di stimoli positivi in grado di
influenzare lo stato di benessere dell’essere umano.
Uno dei primi testi italiani
sull’argomento, affrontato dal punto di vista psicoterapeutico, scritto
da Marzia Giacon e pubblicato dalle Edizioni Mediterranee è datato 1992,
e andando a scorrerne la bibliografia, gli unici testi citati che
trattano esplicitamente di pet-therapy sono inglesi o americani.
Tra i pochi lavori italiani che si
riferiscono al rapporto uomo-animale (a parte un precedente contributo
congressuale della stessa Giacon, 1989) si segnalano due articoli tratti
dalla rivista Il nuovo progresso veterinario: F. Monti, ‘Psicologia
dell’uomo che vive a contatto con l’animale’ (1973) e D. Morris, ‘Il
bambino e gli animali da affezione’ (1985). Un certo interesse per
l’argomento viene dunque dall’ambiente della medicina veterinaria e non
da quello della psicologia.
La stessa M. Giacon scrive infatti a
p. 29: “La pet-therapy è un’area di ricerche relativamente nuova negli
Stati Uniti e assolutamente sconosciuta in Italia” (Giacon M., 1992)
(corsivo mio).
Si fa concordemente risalire l’inizio
della pet-therapy alla pubblicazione di un lavoro dal titolo “Il cane
come co-terapeuta” da parte dello psichiatra Boris Levinson avvenuta nel
1961, ripreso poi in Levinson 1969, Pet-Oriented Child Psychotherapy.
Concretamente era accaduto che lo psichiatra, durante le sedute con un
bambino autistico, aveva avuto modo di osservare che il piccolo paziente
si dirigeva spontaneamente verso il cane del dottore ed interagiva con
lui in maniera spontanea e ludica, cosa che non faceva mai con le
persone. Incuriosito dalla circostanza, Levinson iniziò a farne oggetto
delle sue osservazioni e concluse che la presenza del cane in questo
caso aveva facilitato la relazione tra il bambino e lui stesso.
La pubblicazione da parte di Levinson
delle osservazioni compiute e le ipotesi da lui fatte in merito
all’utilizzo sistematico di un cane come coadiutore nella terapia con
bambini autistici mise in moto una serie di riflessioni e osservazioni e
iniziò a diffondersi , seppure timidamente l’idea di una terapia basata
sulla mediazione da parte di un animale da compagnia.
Naturalmente da più parti l’esperienza
fu giudicata con ironia e lo scetticismo circondò la proposta di
Levinson; accadde che la comunità scientifica, rappresentante di quella
scienza ufficiale che troppo spesso si irrigidisce in schemi previsti e
su metodi coerenti con una certa impostazione di base (più che osservare
senza pregiudizi ciò che accade nelle situazioni reali, semprepiù
complesse di quello che vorrebbero gli schemi riduttivi in cui le si
costringe), rifiutò a priori l’idea che la presenza di un cane potesse
avere un effetto terapeutico, negando l’evidenza dei risultati ottenuti
da Levinson in nome dell’adesione a principi aprioristici.
Laddove la scienza ufficiale spesso
rifiuta nettamente di apririsi a ipotesi di lavoro e metodologie diverse
da quelle tradizionali, c’è però sempre qualche studioso che, con
maggiore umiltà, curiosità e spinto dall’autentico spirito della
conoscenza, inizia a lavorare su nuove aree. Un esempio di ciò sono le
ricerche compiute da Katcher (1981), ricercatore all’Università di
Pennsylvania a Philadelphia per provare gli effetti della presenza di un
animale domestico nella vita dell’uomo; attente rilevazioni compiute
dalla sua équipe mostrarono che la pressione arteriosa può abbassarsi in
seguito all’atto di accarezzare un anmale domestico, gatto o cane, e in
seguito che l’effetto può mantenersi con la semplice presenza
dell’animale nell’ambiente non solo in diretta conseguenza dell’atto di
accarezzarlo. (Giacon M., op. cit.)
Altri effetti dell’interazione tra
animale e uomo sulla salute di quest’ultimo evidenziati dal lavoro di
Katcher e i suoi collaboratori furono:
* la regolarizzazione del
battito cardiaco
* la respirazione più lenta e
profonda
* le espressioni vocali più
delicate e calme
* cambiamenti
nell’espressione mimica (in particolare minor tensione muscolare
soprattutto
osservabile nella regione della fronte e degli occhi).
I ricercatori conclusero che è
ragionevole aspettarsi, di conseguenza, che la presenza dell’animale da
compagnia incrementi la longevità e diminuisca il rischio di malattie.
Le osservazioni di Levinson furono
riprese anche dagli psichiatri Samuel ed Elisabeth Corson che, nel loro
lavoro con pazienti adulti, iniziarono nel 1975 quella che chiamarono
“Pet Facilitated Therapy” (terapia facilitata dagli animali da
compagnia).
I Corson condussero uno studio
sistematico sulle interazioni fra pazienti, animali e personale medico
in una casa di cura dell’Ohio che ospita circa 800 pazienti tra anziani,
malati psichiatrici e disabili fisici. Utilizzarono due strumenti di
registrazione: dei questionari e un videotape che veniva utilizzato
anche per dare ai pazienti stessi un feed-back sul loro comportamento in
presenza dell’animale da affezione. I risultati dello studio furono
decisamente positivi e dimostrarono un significativo aumento dei
comportamenti funzionali a scapito di quelli patologici: persone da
tempo immobilizzate ripresero a muoversi in presenza dell’animale per
poterlo toccare o accarezzare, altre ripresero a parlare rompendo un
muro di silenzio da loro stesse costruite nel corso di mesi o anni,
altri ripresero a sorridere e a socializzare. (Giacon M., op. cit.).
Soltanto negli anni ’80 in Italia si
cominciò a parlare di pet-therapy e iniziarono ad essere presentati ai
convegni sulla Riabilitazione degli studi che coinvolgevano gli animali
da compagnia. A Milano del dicembre 1987 venne organizzato dalla SCIVAC
(Società Culturale Italiana Veterinari per Animali da Compagnia) un
Convegno interdisciplinare dal titolo “Il ruolo degli animali da
compagnia nella società odierna” sotto il patrocinio del Ministero della
Sanità. Fu l’occasione ufficiale in cui, per la prima volta, furono
discusse le finalità della pet-therapy.
Da allora è andato progressivamente
aumentando l’interesse per l’argomento e si sono moltiplicate le
esperienze realizzate in vari ambiti socio-sanitari, in particolare:
* a contatto con gli anziani
nelle case di riposo
* negli istituti che
accolgono disabili mentali
* nelle strutture
psichiatriche
* nelle carceri
* nei programmi di recupero
dei tossicodipendenti.
Il personale che si mosse
pionieristicamente all’interno di questi programmi non aveva a
disposizione un programma di formazione già organizzato e stabilito, che
peraltro non esiste neppure tuttora, ma iniziò a formarsi attraverso
seminari o workshops organizzati dalla SCIVAC stessa e dalla Delta
Society, un’Organizzazione scientifica Americana che fin dagli albori
della attività negli Stati Uniti si è occupata della formazione del
personale, e che tuttora tiene corsi di formazione anche in Italia.
Primo fra gli Enti pubblici a dimostrarsi sensibile alla questione in
Italia fu l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del
Molise con sede a Teramo, all’avanguardia rispetto al resto del paese
fin dagli anni ’60 per quanto riguarda lo studio del rapporto
animale-uomo inteso non soltanto in termini utilitaristici.
Attualmente si distinguono due tipi di
attività nelle quali sono coinvolti gli animali da affezione:
* Terapia assistita da
animali (TAA)
* Attività assistite da
animali (AAA)
Le prime utilizzano l’animale in modo
mirato e strategico al fine di ottenere un preciso e dichiarato
obiettivo terapeutico nei confronti di una specifica persona; gli
obiettivi riguardano il miglioramento delle funzioni fisiche, cognitive
e/o emotive (es. mobilizzare un arto anchilosato, migliorare
l’attenzione e il contatto con la realtà, aumentare il tono dell’umore
se depresso). L’attività è organizzata in sedute spesso individuali ma
anche di gruppo. (Frederickson M., La persona ed il cane: il binomio
della terapia assistita”, in Atti del Convegno “Il cane in aiuto
all’uomo”, 1999).
Le seconde utilizzano l’animale al
fine di ottenere un miglioramento della qualità della vita in situazioni
come la permanenza in istituti o case di detenzione e si rivolgono a
tutte le persone che desiderano essere coinvolte. L’obiettivo è
soprattutto quello della socializzazione, del coinvolgimento nella
relazione di persone che, per il tipo di vita che conducono, tendono a
isolarsi e ad avere scarse relazioni interpersonali.
La comunicazione con l’animale:
caratteristiche e utilizzo terapeutico
Per comprendere come mai in molte
situazioni di disagio caratterizzate dall’impoverimento dell’orizzonte
relazionale delle persone e dalla riduzione della motivazione a
muoversi, interagire, fare esperienze, la presenza dell’animale risulti
oltremodo stimolante, tanto da produrre qualche volta uno sblocco
laddove varie altre tecniche avevano fallito, occorre riflettere su
quale tipo di comunicazione si può instaurare tra un essere umano e un
animale da compagnia.
Rifacendoci alla distinzione
utilizzata dalla Scuola di Palo Alto fra comunicazione analogica e
digitale, osserviamo che, mentre la comunicazione fra esseri umani
comprende i due canali ma privilegia assolutamente quello digitale, di
tipo logico e razionale, organizzato in prevalenza dall’emisfero
sinistro del cervello (quello più cognitivo), la comunicazione
uomo-animale attiva quello analogico, emozionale e diretto, organizzato
dall’emisfero destro del cervello (nel caso dei destrorsi, all’inverso
nei mancini). L’animale comunica con l’uomo in modo inequivocabile,
diretto, e tramite un canale non verbale, di tipo analogico, che non
lascia spazio a ambiguità e fraintendimenti; la comunicazione umana può
essere raffinata sul piano dei contenuti ma estremamente ambigua ed
emotivamente destabilizzante sul piano della relazione (si pensi alla
natura del cosiddetto “doppio legame” descritto proprio dagli studiosi
di Palo Alto, caratterizzato dai due canali di comunicazione che si
contraddicono a vicenda creando uno stato di permanente confusione al
ricevente della stessa comunicazione, in grado secondo i medesimi
studiosi di indurre stati di sofferenza psichica grave come la
schizofrenia). La comunicazione tra animali, e quindi tra animale e
uomo, è immediata, diretta, potremmo dire “sincera” utilizzando un
aggettivo con una coloritura morale che è estranea in realtà all’uso che
l’animale ne fa ma che produce un effetto rassicurante e piacevole
nell’uomo. L’animale non inganna, non mente, comunica a livello
pre-simbolico e stimola soprattutto l’aspetto emozionale.
La comunicazione fra esseri umani è
complessa e ingannevole poiché nel ricevente esiste la tendenza a
interpretare ciò che gli viene detto alla luce di valutazioni e
considerazioni sulle intenzioni dell’altra persona, fatte in accordo con
le proprie convinzioni e le proprie intenzioni: questo crea i
presupposti per una serie infinita di incomprensioni e di conseguenza
l’esperienza della relazione può risultare frustrante.
Con l’animale, data l’assenza in esso
dell’autocoscienza, almeno nella forma in cui la esperisce l’uomo, è
molto più difficile (anche se avviene in situazioni patologiche)
l’attribuzione di intenzioni di tipo malevolo o manipolatorio.
Nelle patologie che riguardano
principalmente proprio l’aspetto della relazione, prima fra tutte
l’autismo, l’animale rappresenta l’alternativa, la possibilità di
entrare in relazione in modo empatico, chiaro, cosa che divenne evidente
agli occhi del dottor Levinson quando il suo piccolo paziente interagì
spontaneamente con il suo cane.
All’interno di molti programmi di TAA,
la comunicazione con l’animale diventa proprio il tramite per
raggiungere l’obiettivo finale che è quello di riabilitare la persona
alla comunicazione con i suoi simili. In questo processo di
ricostruzione di relazioni, l’animale funge da mediatore.
Nelle disabilità intellettive gravi,
dove il livello di sviluppo cognitivo è molto limitato, la comunicazione
è possibile più facilmente su di un piano analogico; a volte però
proprio il livello digitale della comunicazione interferisce con la
spontaneità utile a creare un contatto: valutazioni, preoccupazioni,
imbarazzo, attese, richieste implicite, possono gettare lunghe ombre
sulla relazione fra personale e utenti con grave disabilità
intellettiva, anche laddove ci sia un buon livello di consapevolezza e
attenzione a questi aspetti della relazione; l’animale, al contrario,
interagisce e basta, attento ai segnali analogici e solo a quelli,
“scavalcando” ogni contenuto di tipo digitale che necessita il
funzionamento ad un livello di astrazione maggiore.
Il cane funge in questi casi da
mediatore pre-simbolico (Franco Larocca) in grado di “(...) agganciare
non solo la sensorialità e la sensibilità affettiva di soggetti con
deficit ed handicap intellettivi, ma anche di influire efficacemente su
molti aspetti cognitivi” (F. Larocca, “Gli animali come mediatori
educativi pre-simbolici”, in Atti del Convegno “Il cane in aiuto
all’uomo, 1999).
Per esperienza generale, oltre che per
effetto di osservazioni sistematiche, sappiamo che la maggior parte del
persone che vive con un animale gli parla, e qualcuno “interpreta”
l’atteggiamento disponibile e attento dell’animale come un segnale della
perfetta comprensione di ciò che gli viene comunicato. Il tono della
voce usato nella comunicazione rivolta all’animale è particolare, dolce,
ritmato, cantilenante, simile a quello che si usa spontaneamente nelle
interazioni con i neonati che, per certi versi, si comportano proprio
come l’animale di casa, essendo attenti ai segnali analogici dato che
non sanno ancora decodificare quelli digitali. A questo tipo di
comunicazione spesso si accompagna il sorriso e un generale
atteggiamento di disponibilità, attivazione, cura.
La motivazione: il potere della
pet-therapy
Altra “leva” fondamentale della
pet-therapy nel lavoro sia con i pazienti affetti da disabilità
intellettivo-relazionali sia con gli anziani e i malati psichiatrici è
la motivazione, ossia la spinta necessaria ad attivarsi in una
situazione.
Spesso le persone sofferenti in vario
modo per limitazioni psico-fisiche passano attraverso esperienze
estremamente frustranti che vanno dalla difficoltà a interagire con gli
altri alla dolorosa percezione della perdita di capacità precedentemente
acquisite fino alla perdita di contatto con la realtà o lo sprofondare
in stati depressivi.
Quando si aggiunge al problema
specifico la permanenza in strutture residenziali, spesso ci si trova
di fronte a persone chiuse, stanche, senza speranza, appunto demotivate.
In queste situazioni la pet-therapy si
è rivelata molto più stimolante rispetto ad altre terapie o interventi
tradizionali, ed è proprio la presenza dell’animale la variabile che fa
la differenza.
Con la sua presenza “vitale”,
spontanea e dinamica, l’animale attira l’attenzione, invoglia a entrare
in contatto, è fonte di emozioni piacevoli e stimola l’attenzione e la
curiosità.
“Il contesto motivante ed emotivamente
coinvolgente del cane crea una situazione di stimolo positivo che attiva
l’utente permettendogli alti livelli di prestazione e l’utilizzo delle
capacità residue” (AA.VV. “Il cane come mediatore educativo
nell’esperienza di pet-therapy con soggetti affetti da disabilità
intellettiva” in “Il cane in aiuto all’uomo-Atti del Convegno”).
Nelle esperienze in strutture
residenziali per anziani i risultati mostrano che la presenza del cane
può essere l’unica occasione in cui l’anziano diventa disponibile a
parlare (per es. recuperando ricordi legati ad animali che ha posseduto
o incontrato nel corso della sua vita) e ad interagire con il personale
addetto per partecipare attivamente a programmi riabilitativi.
“(...)persone che avevano dimostrato ostilità verso un programma di
fisioterapia, perché il programma è faticoso o doloroso e non dà
risultati immediati, una volta inserite in un programma di terapia
assistita con animale hanno in alcuni casi ripreso, e in alcuni altri
iniziato ex novo le attività di riabilitazione motoria con dei risultati
assolutamente di rilievo” (Esperienza all’Istituto geriatrico Cà
d’Industria, Como, riportata in “Cani da vita. Il cane in aiuto
all’uomo- Atti del convegno”).
Spesso le giornate dedicate
all’attività con gli animali diventano giornate speciali, attese,si crea
un clima più allegro, si parla di più, ci si attiva magari alzandosi e
muovendo qualche passo, insomma la presenza del cane è ricercata e
attesa con curiosità e piacere. L’effetto non è legato alla “novità” e
quindi destinato a scomparire nel giro di poco, perché il cane è un
elemento vivo e quindi stimolante per la ricchezza dei suoi
comportamenti e per la sua spontaneità sempre in grado di stupire o di
far sorridere anche chi da tempo non trova motivi per farlo.
Chi fa la pet-therapy
Concludo questo breve “viaggio”
attraverso il rapporto uomo-animale dall’antichità fino alla riscoperta
della sua importanza nella pet-therapy precisando che gli interventi di
cui ho fatto cenno necessitano, per la loro programmazione e
realizzazione, di un lungo lavoro di preparazione e del lavoro congiunto
di più figure professionali preparate nel settore.
E’ importante distinguere il generale
benefico effetto che deriva per esempio dal possedere un cane o un
gatto, dalle attività di pet-therapy propriamente detta.
Sono entrambe importanti, anzi, a
livello di impatto sociale credo sia utile soffermarsi a riflettere su
tutte quelle situazioni o occasioni che permettono alle persone di
migliorare la loro vita uscendo di più, socializzando, muovendosi e
facendo esperienze grazie alla presenza di un animale domestico nella
loro vita. Per una persona anziana, soprattutto se vive sola, la
presenza dell’animale è l’occasione per continuare ad avere
comportamenti di cura e accudimento che danno un ritmo e un senso alla
quotidianità; la necessità, nel caso del cane, di passeggiare almeno due
volte al giorno “costringe” l’anziano a uscire, gli permette di
incontrare persone, parlare, insomma di mantenersi attivo con
importanti ricadute sul piano sia fisico che psicologico.
Tuttavia in questi casi non parleremo
di pet-therapy, termine riservato alle attività sopraelencate nelle
quali l’utilizzo mirato, consapevole e strategico dell’animale da parte
di persone che ne conoscono bene i comportamenti permette di utilizzarlo
al fine di raggiungere risultati stabiliti in precedenza da altri
operatori che conoscono le caratteristiche psico-fisiche e le esigenze
della persona a cui l’intervento è diretto.
Soltanto il lavoro coordinato di
operatori sociali e della salute permette di raggiungere i notevoli
risultati di cui si è parlato.
Bibliografia
-“Cani da vita. Il cane in aiuto
all’uomo” Atti del Convegno, Trento, Sala della Regione, 16-18 Novembre
2001.
-Giacon M., “Pet therapy. Psicoterapia
con l’aiuto di amici del mondo animale”Edizioni Mediteranee, Roma, 1992.
- Fredrickson M., “La persona ed il
cane: il binomio della terapia assistita” in Atti del Convegno “Il cane
il aiuto all’uomo:Alla scoperta dela pet-therapy”, Teatro di S.
Patrignano, 17-18 Aprile 1999.
- Larocca F., “Gli animali come
mediatori educativi pre-simbolici” in “Atti del Convegno “Il cane in
aiuto all’uomo” Tetaro di S. Patrignano, 17-18 Aprile 1999.
-Mainardi D.,“Animali famosi e altri
animali”, Editoriale Giorgio Mondadori, 1992.
-Mainardi D.”Un parente al guinzaglio”
da “Il Sole 24 ore” del 13/07/2003, n°190, pg.31.
.-“Il cane in aiuto all’uomo” Atti del
Convegno, Teatro di San Patrignano, 17-18 Aprile 1999.
-“Santi guaritori” ed. Mondadori,
2006.
-Parisini M., “L’anima degli animali”
Ed. Biblioteca dell’immagine, Pordenone, 2002
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